Omberto Aldobrandeschi: la storia del cavaliere di Campagnatico immortalato da Dante

La leggenda del conte superbo che sfidò Siena nel 1259 e divenne simbolo eterno nel Purgatorio dantesco. Tra Templari, castelli medievali e l'antica Maremma degli Aldobrandeschi, principi della Toscana del Sud.
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C’è un silenzio particolare che si posa sulle colline di Campagnatico quando la sera scende dolce, tingendo di ocra i campi trebbiati e di rame gli ulivi. È un silenzio che parla, denso di memorie antiche, di storie che la terra custodisce come reliquie preziose nei suoi strati più profondi.

Qui, dove i cipressi si allineano come sentinelle del tempo e le strade bianche serpeggiano tra casali di pietra, visse e morì un uomo il cui nome ancora riecheggia attraverso i secoli: Omberto Aldobrandeschi, figlio di Guglielmo il Gran Tosco, cavaliere di quella stirpe potente che dominava la Maremma medievale come principi della propria terra.

I principi della Maremma

Gli Aldobrandeschi non erano semplici feudatari. Erano Conti Palatini, dignità che equivaleva a quella di principe, con diritti quasi regali: il potere di battere moneta, amministrare giustizia, comandare eserciti. San Pier Damiani affermava che la stirpe era così potente da possedere un castello per ogni giorno dell’anno.

La loro origine si perde nelle nebbie del tempo longobardo, quando un vassallo imperiale di nome Eriprando serviva alla corte carolingia. Da lui discese Ildebrandino II, primo Conte di Roselle, investito nel 857 dall’imperatore Ludovico II. Da quella radice crebbe l’albero di una casata che per secoli avrebbe fatto della Maremma il proprio regno.

Omberto era figlio di Guglielmo I, detto il Gran Tosco – quello stesso grande toscano che Dante celebra nel Purgatorio. Suo padre aveva difeso eroicamente Sovana nel 1240 contro le truppe imperiali. Suo fratello Guglielmo II era Monaco Cavaliere Templare. Un altro fratello, Ildebrandino il Rosso, sarebbe diventato primo conte di Pitigliano.

Nelle vene di Omberto scorreva “l’antico sangue” di cui parla Dante, il sangue di chi aveva portato la croce vermiglia in Terra Santa, di chi aveva fatto grandi donazioni ai Cavalieri del Tempio. Gli Aldobrandeschi proteggevano i Templari, e molti di loro avevano abbracciato la Sacra Milizia, seguendo quegli insegnamenti cavallereschi che esigevano fierezza, coraggio, difesa della tradizione e della giustizia.

L’arte della cavalleria e l’affronto a Siena

Gli Aldobrandeschi di Sovana e Pitigliano – il ramo di Omberto – vivevano secondo l’antica cavalleria, quella dove il cavaliere armato era fiero e superbo esponente della nobiltà feudale. Terribili erano le pene per chi non difendeva le proprie terre e i propri vassalli: un marchio di vergogna che macchiava l’intero casato.

Era il 1256. Gli ambasciatori della Repubblica di Siena attraversavano le terre maremmane con quella sicurezza arrogante che solo il potere di una città-stato in ascesa può dare. Erano in terra aldobrandesca, ma si muovevano come se fossero padroni. Per Omberto, educato nell’orgoglio del proprio lignaggio, cresciuto nell’ideale cavalleresco del difendere l’onore della stirpe, quello era un affronto intollerabile.

L’assalto fu improvviso, deciso. Gli emissari senesi si trovarono imprigionati tra le mura del castello di Campagnatico, ostaggi del conte superbo. Fu un gesto che rispettava il codice dell’antica cavalleria – difendere il proprio territorio, punire l’arroganza – ma che non teneva conto della nuova realtà politica.

Siena, Comune in ascesa sotto il vessillo della libertà (ma con un governo oligarchico non meno predatore di quello feudale), non poteva permettere tale oltraggio. Tre lunghi anni trascorsero – tre anni di ombre crescenti, di piani orditi in segreto, di vendetta meditata con pazienza inesorabile.

Il tradimento e la morte del cavaliere

Il 1259 segnò la fine. I sicari senesi vennero – non in battaglia aperta, come avrebbe meritato un cavaliere, ma nell’ombra, con l’arma del tradimento. Forse qualcuno dei suoi vassalli, forse qualcuno dei parenti stessi aprì le porte ai nemici. La storia non dice tutto, ma sussurra di lame che colpirono alle spalle, di un cavaliere tradito nella sua stessa terra.

Omberto cadde a Campagnatico, colpito con la ferocia che i senesi riservavano a chi osava sfidarli. La pioggia scese, portando via il sangue versato, scendendo fertile sulla sua amata Maremma. Aveva difeso il suo feudo come la tradizione cavalleresca comandava, ma i tempi stavano cambiando.

Dice la leggenda che furono i Monaci Cavalieri Templari a recuperare il corpo di Omberto. Suo fratello Guglielmo II, il Templare, venne con tre confratelli incappucciati (che sembravano non avere testa, come i cavalieri caduti in Terra Santa) per portare il corpo dove “vivevano” i fratelli dell’Ordine passati a miglior vita. Benedissero il luogo tracciando un cerchio d’acqua santa intorno al defunto, per tenere lontane le forze del male e far sì che la luce fosse sempre con lui.

Da allora, nelle notti di Campagnatico, la leggenda vuole che si veda uno squadrone di cavalieri bianchi guidato dal Templare Guglielmo, con Omberto tra loro, a difesa di segreti e tesori nascosti nelle colline maremmane.

La sorella Folchina ereditò i beni di Omberto, sposata com’era a Donusdeo Tolomei. Lentamente, inesorabilmente, il castello passò nelle mani di Siena – proprio quella Siena che Omberto aveva osato sfidare. “Caduto il Leone” – così lo definì il poeta – “la famelica Lupa” di Siena si gettò sui “lioncelli” rimasti.

L’immortalità nella Divina Commedia

Ma la morte non fu la fine per Omberto Aldobrandeschi. Settant’anni dopo, un poeta fiorentino esule avrebbe camminato forse per queste stesse terre, ascoltando le storie che ancora si raccontavano del conte superbo. Dante Alighieri – che aveva conosciuto l’esilio, l’orgoglio ferito, la fierezza che non si piega – comprese profondamente Omberto.

Lo collocò nella prima cornice del Purgatorio, tra i superbi, condannato a portare un macigno sulle spalle, il volto chino sotto il peso della sua stessa alterigia. Ma non lo condannò con durezza: lo ritrasse con la complessità di chi vede l’uomo oltre il peccato.

“Io fui Latino e nato d’un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se ‘l nome suo già mai fu vosco.
L’antico sangue e l’opere leggiadre
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante.”

Così Omberto parla di sé nell’XI canto del Purgatorio, confessando con lucidità dolorosa quella superbia che fu insieme la sua forza e la sua rovina. Parla dell’antico sangue, delle opere gloriose dei suoi avi – quel retaggio cavalleresco che gli Aldobrandeschi portavano con fierezza.

Il leone scorticato e il cinghiale

L’antica arme degli Aldobrandeschi di Sovana raffigurava un leone rampante scorticato – simbolo di valore, dominio, nobile eroismo, fortezza, coraggio e magnanimità. Il leone era il re degli emblemi blasonici, rappresentava il capitano che muove alla guerra. Il leone rosso in campo d’oro era contrassegno di un guerriero tutto di fuoco nell’eseguire, pieno di fedeltà nell’operare.

Ma c’è un altro animale legato alla memoria di Omberto: il cinghiale. Simbolo di coraggio, di chi supera le più difficili imprese, il cinghiale era l’emblema perfetto per un uomo che visse – come il cinghiale selvatico – lungo valli dimenticate, esule nella propria terra per rispetto al giuramento della sua “arte” cavalleresca.

Le leggende lo ricordano ancora: come il cinghiale, Omberto attraversò i suoi ultimi giorni nelle terre che amava, mentre i suoi nemici lo temevano. E quando cadde, la sua “arte” – quella del cavaliere fedele al proprio codice – dovette lacerare il fondo delle anime dei traditori come il grugno del cinghiale lacera la terra.

Echi nel presente

Oggi, in Piazza Dante Alighieri a Campagnatico, una targa ricorda quell’uomo e quel destino. I visitatori si fermano, leggono, sollevano lo sguardo verso le antiche pietre. Forse si chiedono com’era davvero Omberto: tiranno spietato o nobile difensore dei propri diritti? Vittima della prepotenza senese o artefice della propria rovina?

La storia, si sa, la scrivono i vincitori. E i senesi scrissero ogni possibile nefandezza sugli Aldobrandeschi, cancellando sotto un ostracismo studiato “l’antico sangue” e le “opere leggiadre” di cui parla Dante. Chi si schiera con la memoria degli Aldobrandeschi viene dimenticato al crocevia di un esilio culturale, escluso dal circolo dei “saggi” storici senesi che portarono solo distruzione a quella terra.

Un cronista scrisse: “Quella di Siena merita particolare menzione, nel suo non onorevole conquisto della Maremma, ove tutto ruinò, distrusse, annientò; molti luoghi popolosi per essa furono rasi al suolo, né più risorsero, ed oggi appena sono additati all’attonito viandante dalle rimaste sassaie.”

Gli Aldobrandeschi – quei principi della Maremma che possedevano un castello per ogni giorno dell’anno, che avevano dato un Papa alla Chiesa (secondo alcuni, Gregorio VII era della loro stirpe), che avevano combattuto in Terra Santa con i Templari – furono sistematicamente cancellati. I loro castelli distrutti, i loro alberi più belli e forti sradicati, la loro memoria offuscata.

Ma Omberto sopravvisse. Non nei possedimenti perduti, non nel potere dissolto, ma nelle parole immortali di un poeta che seppe vedere oltre la propaganda dei vincitori, cogliendo l’essenza eterna dell’animo umano.

Il paesaggio testimone

Le colline di Campagnatico non sono cambiate poi così tanto. Ancora oggi rotolano dolci verso l’orizzonte, ancora i boschi mediterranei le abbracciano con il loro verde smeraldo, ancora i campi si alternano in quella scacchiera policroma di grano e terra arata che deve aver visto anche Omberto.

Il fiume Ombrone scorre come allora, placido testimone delle vicende umane. E quando il vento soffia tra i cipressi, pare di udire sussurri antichi, memorie di un tempo in cui questi luoghi erano teatro di lotte, passioni, tradimenti.

Il fascino dell’antico ideale cavalleresco

C’è qualcosa di profondamente umano – e insieme di titanicamente nobile – nella storia di Omberto Aldobrandeschi. La sua superbia non era forse quella stessa fierezza che si richiede ancora oggi a chi difende ciò in cui crede? Il suo rifiuto di piegarsi, l’orgoglio del proprio nome e della propria stirpe, la fedeltà a un codice d’onore che esigeva di combattere per la giustizia e la tradizione – non sono forse valori che attraversano i secoli?

Egli incarnava quella cavalleria che il mondo moderno ha dimenticato, dove il cavaliere armato era difensore della gerarchia, della legge, della religione – protettore piuttosto che servo cieco. Un ideale che San Bernardo aveva celebrato per i Templari: “Impavidus miles, che veste il corpo di ferro e l’anima della corazza della fede, non teme né demoni né uomini, né la morte stessa.”

Omberto sapeva che il sogno feudale era al tramonto. Vedeva l’ascesa dei Comuni con i loro governi oligarchici predatori. Comprendeva che forze soverchianti stavano per travolgere il suo mondo. Eppure non si piegò. Mantenne fede al giuramento della sua “arte” cavalleresca, anche sapendo che questo l’avrebbe portato alla rovina – e con lui tutti i suoi consorti.

Fu questa la sua vera grandezza, più che la superbia: la costanza invitta di fronte all’inevitabile, il rifiuto di tradire se stesso anche quando sarebbe stato più prudente farlo.

L’invito della memoria

Venite a Campagnatico, cercate quella piazza armoniosa dove ogni pietra sembra parlare. Leggete la terzina dantesca incisa nella stele. Immaginate il conte che un tempo dominava queste terre – non come tiranno, ma come cavaliere fedele a un ideale che il mondo stava perdendo.

Passeggiate tra le colline che Omberto difese con la vita. Ascoltate il vento tra i cipressi: forse porta ancora l’eco di quella fierezza indomita, di quella fedeltà incrollabile ai propri valori. E se nelle notti di luna piena vi sembrerà di vedere cavalieri bianchi guidati dal Templare Guglielmo, non stupitevi: la leggenda ha radici più profonde della storia scritta dai vincitori.

Ricordate che la storia non è fatta solo di date e battaglie, ma di persone che scelsero – con i loro sogni, le loro debolezze, le loro passioni indomabili – di restare fedeli a se stesse fino alla fine.

Omberto Aldobrandeschi è polvere da secoli, i suoi castelli sono rovine, il suo immenso feudo è stato cancellato. Ma il suo nome continua a vivere, trasformato in simbolo eterno da un poeta che comprese che la vera grandezza non sta nel vincere, ma nel restare fedeli alla propria “arte” – qualunque sia il prezzo.

E quando vi chiederete se valga ancora la pena difendere ideali che il mondo considera perdenti, pensate a Omberto. Pensate che settecento anni dopo la sua morte, noi siamo ancora qui a raccontare la sua storia, mentre i nomi dei sicari che lo uccisero sono dispersi nell’oblio.

Questo, forse, è l’unico modo vero di sfuggire alla morte: diventare leggenda, trasformarsi in simbolo, vivere ogni volta che qualcuno si ferma a ricordare che una volta, in questa terra, c’erano uomini che preferirono morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio.

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